Associazione Culturale Anemos è un ente senza scopo di lucro nato dall’iniziativa del dott. Marco Ruini e di un gruppo di amici. Opera nei settori della solidarietà sociale, della cultura, del tempo libero e della tutela dei diritti delle persone più fragili.
Negli anni ha sviluppato anche un importante impegno nella solidarietà internazionale, collaborando con sacerdoti e missionari per sostenere progetti umanitari in diverse aree del mondo. In particolare, ha contribuito a iniziative in Africa e Brasile, tra cui la realizzazione di acquedotti, scuole e progetti a sostegno dei movimenti dei senza terra.
L’associazione si avvale del contributo di numerosi volontari e non prevede costi di struttura, destinando integralmente le risorse ai progetti sostenuti. Anche i costi di viaggio sono a carico dei partecipanti.
Chi desidera contribuire o partecipare alle attività può contattare l’ufficio di Anemos Poliambulatorio al numero 0522.922052 per informazioni e coordinate bancarie.
Le 3 attività di volontariato
Comune agricola Lamarca, Brasile
Favelas Jandira – Brasile
Un pozzo per Avuvu, Nigeria
Assentamento Carlos Lamarca
MOVIMENTO DEI LAVORATORI RURALI: OCCUPAZIONE TERRE INCOLTE
CON 250 € ADOTTA UNA MUCCA PER SOSTENERE LA “COMUNE” AGRICOLA “Carlos Lamarca”
Realizzazione del progetto “Comunità della Bernolda – Novellara (RE)”
Referenti
Don Nino Ghisi tel. 0522662540
Maurizio Novelli tel. 0522654085
PAGINA DI DIARIO:
Settembre 2010
Scritto da Don Gianchi
Vi dico anche che i nostri bimbi sono aumentati perché abbiamo aperto un nuovo asilo in un “assentamento” (insediamento agrario) dei senza terra, in cui ho cominciato a vivere da alcuni mesi.
Questa “novità”, questo nuovo indirizzo (senza lasciare la vecchia e storica “casa azul”in Jandira) nasce dal fatto che sono membro della CPT, Commissione Pastorale della Terra, attività ecclesiastica nata e diretta dalla CNBB (Conferenza Nazionale dei Vescovi Brasiliani).
Il fatto di vivere in mezzo ai piccoli contadini, condividere ciò che posso con loro… significa inserirmi in un mondo minacciato di scomparire del tutto, renderlo forte con la presenza di Dio e del Vangelo, e difenderlo dalle prepotenze dal latifondo e della monocoltura (Canna da zucchero, soia, bestiame, piantagioni di foreste immense di eucalipto per l’industria della carta) con visite e Celebrazioni, presenza durante gli sfratti forzati ed appoggio alle occupazioni da parte dei senza terra dei terreni incolti…
Accompagno una decina di insediamenti ed accampamenti, fino a Sarus (terra della Cutrale) che è a 300 km da San Paolo.
Si cerca di seguire anche esperienze agricole di carattere comunitario e cooperativistico, come la cooperativa del latte di Itapetininga che, nonostante qualche difficoltà, ha formato un gruppo di contadini che vogliono lavorare insieme.
Unisco alla Pastorale della terra, la pastorale Urbana, che si concretizza nella comuna urbana Dom Helder camara. Stiamo costruendo le ultime delle 128 case progettate. È una favela che si trasforma in un villaggio moderno, che vuole essere a misura d’uomo, pensato e costruito dai suoi stessi abitanti. Riusciremo a terminare le case? I soldi saranno sufficienti? E la convivenza fra le famiglie saprà mantenersi organizzata e solidale? La cooperativa dei muratori sta funzionando, l’orto comunitario pure… la panetteria:… abbiamo il forno, le macchine… ma ci manca la struttura, la “casa” dove fare e vendere il pane… anche la sartoria … abbiamo le sarte, le macchine ma ci manca la “casa”… il riciclaggio, la scuola, l’asilo, l’asilo nido, l’anfiteatro … sono a metà ed anche meno. E poi, e poi… sogno anche una chiesetta dove dire la Messa, segno e memoria di Eucarestia, da cui nasce l’Utopia di un mondo condiviso. “partilhado”, per il quale vale la pena di giocare tutto il nostro essere e con un pizzico di pazzia identificarci con il sogno!!!
Già, ho compiuto 65 anni, ben suonati, con festa a “sorpresa” e “bolo” (torta) megagalattico!
E la salute va bene… TUDO BOM!
Favelas Jandira – Brasile
Realizzazione del progetto “Gruppo Amici di Avuvu”
Referenti
Don Nino Ghisi tel. 0522662540
Vivi Franco tel. 3489012110
Il Brasile e….i Gian!
Il viaggio fatto in Brasile dal 28 dicembre al 12 gennaio non è stato per noi una semplice vacanza. Sapevamo che avremmo visto realtà difficili, incontrato povertà e situazioni che ci avrebbero messo in discussione e fatto interrogare sulle ingiustizie del mondo. E così è stato. Ma proprio laddove tali ingiustizie ci sono sembrate in un primo momento scogli insormontabili, di fronte ai quali gli unici sentimenti possibili erano la compassione e la rassegnazione, abbiamo conosciuto il coraggio di alcune persone che hanno deciso di dedicare qualche anno o l’intera vita alla causa dei poveri. E allora la speranza è risorta….Stiamo parlando del nostro concittadino Gian Luca Gozzi, volontario per l’ONG Reggio Terzo Mondo presso la fazenda (azienda agricola) A Partilha, nei pressi di Salvador de Bahia, e di don Giancarlo Pacchin, da più di trent’anni missionario a Jandira, nei sobborghi di San Paolo. Li abbiamo definiti “i Gian”, quasi come se il prefisso comune del nome non sia una semplice coincidenza, ma sia lì a dare enfasi al valore e alla forza di questi due uomini.
Il primo opera per un progetto di recupero di minorenni in conflitto con la legge, il secondo è quotidianamente in prima linea per aiutare, con cibo e istruzione, gli abitanti delle favelas di Jandira. Ci siamo resi subito conto di quanto siano per loro importanti, anzi, vitali i fondi che ricevono da noi novellaresi. Il torneo della Bernolda è un’istituzione per i poveri della comunità di padre Giancarlo!
Ciò che abbiamo visto e conosciuto, e che tanto ci ha scosso, ma anche emozionato ed entusiasmato, abbiamo qui voluto testimoniarvelo, perché abbiamo imparato nel corso della nostra breve esperienza brasiliana che non ci può essere felicità senza condivisione, non solo delle cose materiali ma anche dei sentimenti. Il motto della fazenda dove opera Gian Luca, che è stato un po’ lo slogan della nostra visita e vorremmo che diventasse uno stile di vita per tanti di noi, ha proprio a che fare con l’importanza del non tenersi tutto per sè: “l’ingiustizia non sta nella disuguaglianza, la vera ingiustizia è la non condivisione”. E allora vorremmo proprio contagiarvi con la carica che abbiamo addosso, vorremmo che poteste vedere i sorrisi che i bambini ci hanno regalato e sentire l’affetto con cui siamo stati accolti. E quando ci vedrete in piazza, sotto al portico o in giro per Novellara, fermateci! Saremo davvero contenti di potervi raccontare ciò che abbiamo vissuto…ci sembrerà di essere ancora un po’ là in Brasile!
I viaggiatori: Don Nino Ghisi, Marco Ruini, Carla e
Franco Vivi, M.Giulia e Sergio Calzari
PAGINE DI DIARIO:
Il viaggio del sorriso
Scritto da Carla Berni
Cari amici, cosa dire al termine di questo nostro viaggio, con ancora gli occhi pieni di immagini colorate e calde, gli orecchi abituati alle nostre risate e ai suoni di meraviglia, tutto il corpo che si era ormai adattato ad un clima fantastico , con il cuore colmo di emozioni e di un tenero stupore diviso tra le meraviglie e le situazioni più difficili?…………………………cosa dire? Ebbene,……………. anche se frastornati e un po’ tristi, perché sappiamo di dover tornare alle solite occupazioni con la consapevolezza che ci lasceremo travolgere dal nostro stile occidentale nostro malgrado, anche se comprendiamo che sarà difficile vederci ed incontrarci spesso, anche se …………… e poi ancora, anche se tutto remerà contro la memoria e corriamo il rischio di dimenticare questa esperienza che ci ha visto protagonisti insieme, ebbene amici cari, mi sento di affermare che questo viaggio resterà indimenticabile, almeno per un bel po’.. C’è una sicurezza in questa affermazione che viene dal cuore. Siamo stati un ottimo gruppo, senza mai un problema, e tutti disponibili e d’accordo l’uno con l’altro. E poi la simpatia, la complicità, la confidenza che si è creata. Abbiamo le foto, i CD, gli oggetti acquistati. Abbiamo questo racconto spassosissimo, scritto con tanta pazienza e dedizione da Marco, proprio per non dimenticare i nomi delle persone incontrate e i luoghi visitati e poi gli episodi più buffi in cui siamo incappati e che non siamo riusciti a nascondere alla sua spiccata e maliziosa attenzione. Abbiamo anche degli impegni, impegni morali e se vorremo anche materiali che ci legheranno alla terra visitata perchè ci ha messo di fronte alla nostre responsabilità con le sue enormi contraddizioni. Quindi in effetti, abbiamo tanto che ci farà tenere a mente questa nostra esperienza. Ma , c’è qualcosa in più che il cuore, appunto, mi suggerisce e che mi dà sicurezza di non dimenticare, anche se non vorrei cadere nel patetico (c’è Marco nelle vicinanze?). Abbiamo trascorso tutto il tempo in armonia perfetta, quasi a suonare un brano di musica di cui eravamo gli esecutori e contemporaneamente gli ascoltatori, meravigliati noi stessi dalla beltà del pezzo che ne è scaturito. Grazie caro travolgente, instancabile, premuroso, generoso Marco. Grazie caro, tenero, saggio e tranquillo, dalla risata rassicurante Sergio. Grazie caro, insostituibile Franco. Grazie cara ,piccola ma grande Popi. Grazie Gian Luca per averci conosciuto ed accolto nel tuo mondo con grande disponibilità . Anche a te Don Nino grazie, sei fantastico, un vero esempio. Tutti insieme siamo stati grandi e bellissimo e’ stato il nostro viaggio, possiamo proprio dire INDIMENTICABILE!.
Essere Chiesa in Brasile
Scritto da Don Gianchi
Alcuni anni or sono era quasi luogo comune identificare la Chiesa dell’America Latina, in particolare del Brasile, con le Comunità ecclesiali di base e con la Teologia della liberazione. Dal momento che molti, con buona o cattiva intenzione, a favore o contro, riducevano la Teologia della liberazione ad un’appendice religiosa di teorie marxiste, molta gente ha pensato che la questione si fosse frantumata alla stregua del muro di Berlino. Alcuni oggi gioiscono pensando alla sospirata fine di una Chiesa rossa, di vescovi rossi, di preti rossi, di seminari rossi…, seguaci di un Gesù socialista; altri sono tristi e perplessi come i discepoli di Emmaus: “Pensavamo che fosse lui a liberare Israele” (Lc 24, 21); altri ancora interpretano il fenomeno delle sétte in America Latina e in Brasile come il risultato di un vuoto religioso-spirituale lasciato fra la gente da una Chiesa troppo impegnata nel sociale e nel politico. Non sono un teologo e perciò non sono in grado di rispondere cosa è attualmente la Teologia della liberazione. So che è piena di vita ed è presente in una miriade di fermenti religiosi, culturali e sociali. I teologi “progressisti” possono essere licenziati dagli istituti di teologia (come a Recife e ora a San Paolo), preti “conservatori” da 20 anni possono essere sistematicamente prescelti all’episcopato, la televisione e i media possono dedicare spazi generosi ai pentecostali cattolici (P. Marcelo ha riunito 2 milioni di persone in una messa show trasmessa in diretta dalla TV Globo), ma le Comunità ecclesiali di base rimangono l’unica vera evangelizzazione che la Chiesa brasiliana ha saputo e sa realizzare in mezzo ai poveri in 500 anni di storia. La Teologia della liberazione non nasce da intellettuali, ma dai Gruppi di vangelo, da gente povera che si incontra nelle case per leggere la Parola di Dio e tradurla nella realtà della vita, per vivere nella pratica quotidiana l’amore fraterno e solidale (la vera politica). Ho conosciuto Clodovis Boff, prima ancora dei suoi libri, in mezzo alla foresta amazzonica, fra gli indios e i serigueiros, con lo zaino in spalla, fradicio di sudore e sudicio di fango, mentre visitava villaggi e famiglie e formava Gruppi di Vangelo, la “Base” delle Comunità ecclesiali! Lui stesso mi spiegava come la comunità è il soggetto della teologia. Il teologo è voce della comunità: sistematizza valori che la comunità vive ed esprime e rimette la sua riflessione alla comunità perché possa crescere nell’intelligenza della fede. Nelle immense periferie della grandi città, dove la presenza della Chiesa istituzionale è minima, dove il prete diventa l’ago nel pagliaio (sono da solo a Jandira in una parrocchia di 70.000 abitanti), sono i piccoli Gruppi di Vangelo che portano la Parola di Dio nelle case dei bairros più poveri e nelle catapecchie delle favelas. È da questa base delle Comunità ecclesiali che provengono i ministri degli infermi, i quali portano agli ammalati la comunione e l’unzione, preghiera e conforto, aiuto materiale e spirituale per guarire. Oggi una Comunità ecclesiale di base è in grado di rispondere alle fondamentali esigenze religiose del popolo cattolico. Non può consacrare e confessare… In una parrocchia di Osasco, alla periferia della Grande San Paolo, con più di 100.000 abitanti e un unico prete, organizzata in tante Comunità ecclesiali di base, alla domenica si celebrano più di 50 liturgie della Parola con la comunione: liturgie che per fede, solennità e partecipazione non hanno nulla da invidiare a certe messe così annoiate celebrate in sontuose chiese italiane. Il ministro può fare tutto ciò che è permesso a un diacono ed è eletto o rieletto dalla comunità ogni 3 anni. Queste comunità sparse a migliaia per tutto il Brasile e che in una domenica sono capaci di riunire milioni di persone, non fanno chiasso, non suscitano l’interesse dei media… Forse perché si riuniscono in piccoli gruppi, in piccole assemblee, forse perché c’è una natura intrinseca al Vangelo vissuto che lo rende inviso ai potenti… Se durante la dittatura militare (anni ’60-’70) la comunità aveva come unico spazio di azione la “denuncia” coraggiosa e profetica (mancanza di libertà, oppressione, torture, ecc.) oggi la comunità sceglie l’annuncio dei valori evangelici ed umani. per esempio la liturgia inculturata è un luogo di annuncio dei valori culturali delle minoranze etniche e emarginate, come i neri, gli indios, i senza-terra, i disoccupati, i favelados, i meninos de rua, la donna nella Chiesa e nella società. Padre Leo, della diocesi di Imola, che viveva in una favela e si occupava di meninos de rua, è stato ucciso dai trafficanti di droga. Un giovane prete, vicino alla mia parrocchia, è stato ucciso da adolescenti con i quali cercava di fare un lavoro di ricupero. Vivere in certi posti, emarginalizzati e violenti, significa esporsi a certi rischi, che alle volte possono significare una testimonianza con la propria vita e il proprio sangue, continuando il martirologio latino-americano… In Brasile ci sono 45 milioni di bambini sotto il livello della fame, 7 milioni di meninos de rua. Le comunità sono presenti in queste realtà con i loro preti (pochi, ma ci sono), con piccole e povere strutture di accoglienza, con asili, dopo-scuola, corsi professionali, piccole cooperative di artigianato e di produzione, fazendas terapeutiche per tossicodipendenti, case-famiglie per bambini abbandonati e senza alcun riferimento famigliare. La Pastorale dei bambini (criança), che ha l’appoggio del Card. Arns, è indicata per il Premio Nobel della pace per aver ridotto del 30% la mortalità infantile in Brasile. Sono migliaia di operatori sanitari volontari (agentes da saude), sparsi nel territorio nazionale, che visitano sistematicamente le famiglie più povere, per controllare il peso dei bambini e insegnare una alimentazione naturale e alternativa (no Nestlé). Potrei parlare della Pastorale carceraria, della visita e difesa dei detenuti contro le arbitrarietà e le torture, le violenze e le morti perpetrate dai carcerieri, come pure della Pastorale della casa (moradia) e della terra, a fianco del movimento dei senza-terra e dei senza-casa, o del Vicariato dei sofferenti di strada (Sofredores de rua), i quali si interessano delle circa 300.000 persone che vivono sotto i viadotti di San Paolo. Per terminare vorrei dire un ultimo pensiero. Penso che la Chiesa istituzionale si sia occupata troppo della “ortodossia” della Teologia della liberazione e delle Comunità ecclesiali di base. Si sono persi preziosi e drammatici decenni a discutere su queste cose… Nel frattempo l’avanzare del capitalismo selvaggio nelle foreste e campagne, in poco più di 20 anni, causava l’esodo di 100 milioni di brasiliani. Un esodo che si è rivolto alle città (come San Paolo oggi con 18 milioni di abitanti) che promettevano lavoro e benessere grazie all’effimero boom dell’industrializzazione. Contadini analfabeti, cacciatori delle foreste, indios detribalizzati si sono trovati improvvisamente alle prese con autobus, treni e metro, lavori forzati e alienanti, peggio, disoccupazione, e sempre più spesso abitazioni disumane in catapecchie e tuguri che ben presto formeranno il triste fenomeno delle favelas e cortiços. Miseria, violenza, distruzione dei rapporti familiari, prostituzione, droga, emarginazione, abbandono… Le sette, i cui fondatori provenivano dagli Stati Uniti, guarda caso come le multinazionali, hanno trovato un ambiente ideale per un fondamentalismo religioso: “Basta soffrire, abbandonati a Gesù!” promettendo la soluzione di tutti questi problemi con la semplice appartenenza al proprio gruppo religioso. Mentre io con tanti sacrifici, con la cooperazione di tanti volontari (mutirão), autotassa dei Gruppi di Vangelo costruivo una chiesa, le sétte a Jandira ne avevano già costruite 200, con finanziamenti anche della CIA. È tutta colpa della Teologia della liberazione? E se queste comunità avessero avuto l’appoggio evangelico ed economico della Chiese opulente dell’Europa e degli Stati Uniti, che realtà di Chiesa e di società ci sarebbe oggi in Brasile e nell’America latina? Comunque ciò che è importante è la fedeltà al Vangelo. Non credo che il Vangelo chieda che i brasiliani siano tutti cattolici, ma piuttosto ci chiede di testimoniare l’amore del Padre nelle realtà dell’uomo e dell’uomo più sofferente. Essere Chiesa, essere missionari non significa fare proseliti, ma essere segno di speranza anche per chi non ha più motivo di sperare, segno di fede, di una fede feconda di carità. La gioia più grande me l’ha data un bambino di strada, accolto come mio figlio nella casa-famiglia, quando mi disse: “Tu sei il papà che Dio mi ha dato”. Partecipare della paternità di Dio è una bella missione e mi sembra che la Chiesa brasiliana con le sue comunità di poveri in mezzo ai poveri sia veramente fedele al Vangelo. Forse questo tipo di Chiesa non sarà di successo qui in questo mondo, ma sono sicuro che in cielo gode di ottima considerazione.
Nigeria del sud: diario di viaggio
“Non poter accedere a fonti di acqua pulita, significa automaticamente vivere in condizioni non dignitose che conducono alla malattia ed alla povertà uomini, donne e bambini”
Ogni giorno, in Africa, troppe donne e bambini sono costretti a camminare per ore in cerca di acqua e spesso per raggiungere un rigagnolo fangoso e inquinato. L’80% delle malattie è legato alla mancanza o alla cattiva gestione dell’acqua.
Questo il motivo che insieme alla comunità locale , ha promosso la costruzione di due pozzi con relative cisterne d’acqua per il villaggio di Avuvu in Nigeria.
L’associazione culturale Anemos in Nigeria. Obiettivo: la ricerca dell’acqua. Il pozzo è stato trivellato con successo nell’agosto 2009.
Villaggio di Avuvu, Nigeria del sud, tardo pomeriggio del giorno 10 gennario 2010. Tutto è pronto per accogliere gli ospiti italiani. La piccola comitiva, capitanata da Don Nino Ghisi, è ignara dei festeggiamenti preparati dalla gente del villaggio.
Il polveroso pulmino affronta l’ultima curva e si immette nella direttrice finale. Una folla chiassosa, festante, incontenibile si assiepa attorno all’esausto ed ansimante pulmino. E’ un coro fatto di allegria, balli, canti, musica e ritmi africani. Esce Don Nino e subito un’acclamazione lo avvolge nell’affetto e nel calore umano di questa gente. Poi è la volta di Franco Vivi (vero attore di questo progetto) e via via degli altri quattro componenti. Le strette di mano e le pacche sulle spalle si sprecano. Tutto contagia. L’allegria della festa, la spontaneità della gente, il clima, le varie suggestioni, le cadenze dei ritmi musicali, sono componenti che contribuiscono a rendere ancora più magica una serata speciale.
Poi la festa continua. In pratica per un’intera giornata si balla, si canta, si fa musica con qualsiasi cosa capiti per le mani. La conclusione ha del fantastico. I nostri “eroi” sono vestiti di tutto punto con abiti tradizionali confezionati su misura per loro. Giulia (Ruini) in un elegante abito lungo, che ne esalta stile e garbo, inizia a far strage di cuori. Alla fine avrà proposte di matrimonio da almeno una ventina di aitanti ragazzi del posto.
Il momento è solenne. E’ sera. I saggi del villaggio, contornati dalla gente che assiepa la piazzetta centrale, conferiscono agli ospiti il titolo e gli emblemi di dignitari di Avuvu (in pratica la cittadinanza onoraria). E’ una cerimonia per nulla banale. L’emozione si avverte e si trasmette trai convenuti.
Quando si dice che l’acqua è vita, si professa una sacrosanta verità. E dalla vita nasce vita. La vita che fa sgorgare affetti, condivisioni, riconoscenza, mutuo aiuto.
Il giorno dopo tutti al lavoro sotto la ferrea direzione di Franco Vivi. Perchè l’acqua di cui si parlava era l’obiettivo di questo gruppo di volontari. Il pozzo infatti è stato trivellato con successo nell’agosto dello scorso anno. Poi è stato realizzato il pensile e creata una rete di distribuzione che alimenta vari punti (15) del villaggio. Ora c’è da comperare il generatore di corrente per alimentare la pompa di sollevamento e per dare luce al villaggio. Poi il collaudo del tutto e la messa a regime. Facile da dirsi ma per niente da farsi. Siamo in Africa e in una zona politicamente molto inquieta, soggetta ad un progresso caotico, non governato, irrispettoso dell’ambiente, e, guarda caso, dei più deboli.
Citiamo solo per dovere le difficoltà a raggiungere le città per acquistare attrezzature e materiali. La zona è militarizzata. Controlli ovunque che si superano pagando il pizzo ai militari. Discariche in ogni parte. Gente che vive in mezzo ai rifiuti. Scoli fognari ai margini delle strade, spesso esondati ed alimentanti odori insopportabili e veicoli di malattie. Bambini sporchi, laceri, girovaganti in una selva frammista di tutto, del peggio di tutto. I rifiuti vengono continuamente bruciati in un clima fatto di polveri, fumi, diossina a più non posso. Dante avrebbe materiale inedito per riscrivere qualche suo girone infernale. Marco Ruini e Giuseppe Cupello, medici di professione, si prestano alle cure nei vari casi che sono a loro sottoposti.
Siamo alla conclusione. Finalmente e quasi miracolosamente all’ultimo giorno l’acqua sgorga. Sergio Calzari e Marco Ruini prendono Vivi e lo immergono nell’acqua. Bravo Franco, bravo Don Nino. Non a caso vengono portati in trionfo. E’ festa grande.
Ma bravi anche i ragazzi e le ragazze del gruppo missionario parrocchiale di Novellara (Reggio Emilia), che hanno raccolto con iniziative varie le risorse per fare il pozzo, acquedotto e il resto che offre l’acqua agli amici di Avuvu; un gran bell’esempio di solidarietà tra le genti. Il tutto è stato denominato: Water for life project, scritto in Inglese, perchè là parlano Inglese.
